Premessa

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Status: Experimental gennaio 2018
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Il terzo millennio ha visto la luce passando attraverso una catastrofe tecnologica che potrebbe risultare oggi più istruttiva di quanto non sia risultata, allora, distruttiva.

Si diceva, al tempo, che il software, l’algoritmo (già allora, di fatto, c’era l’algoritmo), abituato com’era all’immanenza, non avrebbe tollerato il passaggio dal 1999 (per brevità detto 99) al 2000 (ossia 00) e avrebbe allo scoccare della mezzanotte del 31 dicembre 1999 immancabilmente confuso il prima con il dopo, portando i sistemi da lui controllati a imprevedibili conseguenze; o, ancor peggio, poiché la rappresentazione della data nell’anno 2000 avrebbe richiesto un numero di byte superiore a quello disponibile, l’automa, invadendo aree di memoria ad altro dedicate, avrebbe perso completamente il senno. Alla catastrofe annunciata vennero dati, come è costume, degli ammiccanti nomignoli: Y2K o Millennium Bug:

«The Y2K problem is the electronic equivalent of the El Niño and there will be nasty surprises around the globe» (John Hamre, United States Deputy Secretary of Defense).

Le società di classe amano le simmetrie più di quanto non faccia la natura, privilegiano le cifre tonde, cercano degli appigli trascendenti nell’universo inconosciuto, così l’avvento dell’anno 2000 fu funestato dall’incombere del Millennium Bug.

Di fatto, poi, in quella critica notte non accadde praticamente nulla. Le centrali elettriche non andarono in tilt, gli acquedotti continuarono a funzionare, così le borse finanziarie, gli ospedali e persino le formule di excel non ebbero incertezze il primo gennaio del 2000. Coloro i quali avevano fatto scorta di carne in scatola e di candele, o addirittura si erano rinchiusi in bunker super protetti da armamenti e scorte d’acqua, si risvegliarono come ogni giorno, con un pugno di mosche in mano e un po’ di cose in più da smaltire. Se qualche problema vi era stato, e così era, era stato affrontato e risolto negli anni precedenti a dispetto dell’enfasi che accompagnò il cambio di millennio.

Gli anni duemila, già figli di una gonfiata emergenza tecnologica, crebbero poi all’insegna del dilemma digitale.

Mentre alcuni (pochi) colossi dell’informatica mostravano una crescente ambizione di prendere il posto del negozietto sotto casa, mentre l’“Internet delle cose” pretendeva di dotare di intelligenza, seppure artificiale, gli elettrodomestici, mentre ci si chiedeva che fine avrebbe fatto una generazione (dall’evocativo nome di millennial) cresciuta tenendo costantemente una mano occupata con un telefono che telefona sempre meno, mentre tutto ciò accadeva sotto i nostri occhi è sorto il dubbio se questa rivoluzione – ché di altro non si può parlare – sarebbe stata foriera di novità positive o negative.

Il mito del progresso, con l’aiuto della mass-comunicazione, aveva nel frattempo cancellato l’implicito portato di autonomia (a discapito delle sue origini militari) contenuto nel protocollo TCP/IP e le prime esperienze di comunicazione digitale, la nascita del software libero, la battaglia ai copyright che portò allo sviluppo di un sistema operativo, Linux, frutto di una cooperazione non mercificata e antagonista nei fatti al sistema di royalties sul software che ha fatto di Bill Gates uno degli uomini più ricchi del mondo.

L’impatto sul senso comune delle trasformazioni indotte dalla miniaturizzazione dei processori e dall’aumentata potenza di calcolo messa a disposizione a prezzi relativamente bassi si è dimostrato di singolare efficacia. Nel giro di pochi anni il panorama delle comunicazioni è mutato radicalmente. È venuto quindi del tutto naturale pensare di trovarsi in un momento di svolta epocale nella storia dell’umanità.

Una situazione simile fu vissuta tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, l’uscita dall’Orda d’Oro, con quella che allora fu definita la “rivoluzione microelettronica”.

Anche a quei tempi un contesto di crisi economica si accompagnò a grossi mutamenti che investirono non esclusivamente i luoghi della produzione [con l’ingresso massiccio dell’automazione industriale e una conseguente espulsione della forza-lavoro] ma anche l’esperienza della vita quotidiana e del privato (col relativo immaginario, allora si chiamava così), rendendo accessibili (anche in virtù di un forte abbassamento dei prezzi delle componenti elettroniche e la conseguente creazione di un mercato di massa) strumenti tecnologici prima riservati alle istituzioni e alle grandi imprese. In particolare, nascevano i Personal Computer.

La concomitanza di questi eventi con difficoltà e squilibri che preannunciavano la più grave crisi economica del secondo dopoguerra e con una fase di profonda ristrutturazione del ciclo produttivo a livello planetario, unita a una grave e duratura empasse delle pratiche di lotta che avevano segnato il decennio precedente, portò a identificare nello strumento tecnologico una, se non la, causa dei mutamenti socio-economici in atto generando uno spettro di interpretazioni che andavano dalle più cupe [la tecnologia avrebbe portato via il lavoro, producendo disoccupazione e sofferenza diffusa] alle più ottimiste [la rottura della rigidità fordista, permessa dall’introduzione delle nuove tecnologie, avrebbe di fatto liberato l’operaio di linea dallo sfruttamento e determinato condizioni oggettive suscettibili di portare al comunismo senza passare per la presa del Palazzo d’inverno].

Non mancarono però, anche allora, critici più attenti che non si limitarono a guardare la superficie del mare e le sue increspature ma cercarono di analizzare quanto avveniva nel ciclo produzione-distribuzione-consumo, visto nel suo insieme e nella sua interezza, in conseguenza dell’avvento di queste “nuove” tecnologie.

Franco Piperno scrive su Metropolis in “Sul lavoro non operaio” nel 1978: «nel lavoro a domicilio il calcolatore sostituisce le fragili gambe del caporeparto...», Aut aut ha pubblicato il numero 172 “Scienza, degradazione del lavoro, sapere operaio” nel 1979, di Carlo Formenti è “La fine del valore d’uso. Riproduzione, informazione, controllo” (1980), Controinformazione pubblica “Il comando cibernetico” nel 1981, Paola Manacorda scrive “Il calcolatore del Capitale” nel 1976 e “Lavoro e intelligenza nell’era della microelettronica” nel 1984, e così via…

Sono i tempi della rivista “Sapere” e poi “Scienza esperienza”. I tempi in cui un dibattito ricco, spinto da un clima sociale combattivo, testimoniava delle trasformazioni in atto anche in campo tecnico scientifico.

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Le condizioni della rivoluzione elettronica del terzo millennio sono diverse. Ormai abituati alla presenza dell’automazione nei processi lavorativi e in molti strumenti di svago, sostanzialmente dimentichi dell’esperienza dello sviluppo cooperativo del codice e della “free-ness”, che non è necessariamente gratuità del software, si assiste da un lato alla penetrazione del digitale potenzialmente in ogni singolo momento (di lavoro o di ozio) delle nostre vite; in aggiunta il carattere strettamente individuale dello strumento fa da schermo alle nostre percezioni sensorie e relazionali; contemporaneamente la corsa alla concentrazione delle infrastrutture tecnologiche mondiali (che va di pari con la concentrazione dei capitali e della finanza) vede un pugno di aziende private (che si contano letteralmente sulle dita di una mano) tendere ad accaparrarsi la gestione dell’intera rete connettiva del Pianeta, del suo scheletro tecnologico, storage dei dati e interconnessioni incluse.

Un effetto marginale ma non trascurabile di questo corso di eventi è che pare mutata persino la percezione della verità. La grande rete è così al di sopra di ciascuno da divenire essa stessa paradigma di verità e, nella crisi di valori e ideologie del secolo andato, l’algoritmo informatico ne è la bocca parlante, oraculum veritatis d’una società incapace di pensarsi in relazione a se stessa e al suo ambiente naturale.

Così oggi gioie e dolori del vivere cercano risposta e prospettive per il futuro nell’avvento del digitale, che da un lato ci schiavizza e ci ottunde mentre dall’altro libera nuova potenzialità cancellando distanze e frontiere. O almeno promette di farlo.

Noi preferiremmo fermarci un attimo, sottrarci al flusso e cercare di riprendere un’attività di comprensione un po’ più dentro le cose. Vorremmo innanzitutto capire che fine ha fatto la scienza “come noi l’abbiamo conosciuta”, come recitava il titolo d’una bella raccolta d’autobiografie di donne proletarie inglesi di una quarantina d’anni fa, ovvero quella pratica che per almeno quattro secoli ha coltivato l’ambizione di descrivere (e dominare) il mondo materiale. Una forma di conoscenza che aveva provato a dotarsi di alcuni strumenti atti a garantire l’obiettività delle sue affermazioni, e le cui certezze sono state minate nell’intimo tanto dalle devastanti (in tutti i sensi) scoperte sulla struttura fine della materia quanto dalle ripetute dimostrazioni di inadeguatezza dello strumento logico e gneoseologico. «Three quarks for Muster Mark!», e l’Ulisse di Joyce dà il nome alla scienza più avanzata e acciaccata. Era solo il 1963. E che ne è della “scienza” dal momento in cui è investita da quegli enormi flussi di interessi economici e politici-militari che producono la Big Science?

Oggi che Monsanto paga gli istituti di ricerca affinché dimostrino la non tossicità dei suoi prodotti, oggi che l’apparato militare occupa, con tutto il suo contorno di segretezza, i settori di punta della ricerca praticamente in qualsiasi settore, oggi che alcune branche della ricerca richiedono investimenti così colossali da far ammutolire qualsiasi possibile domanda od obiezione, oggi che la messa a profitto dell’invenzione (o la messa a brevetto della scoperta) è il suo principale se non unico scopo, di che scienza possiamo parlare?

Cos’è divenuta la medicina, la cura dei corpi malati, nella sua commistione con un apparato produttivo il cui unico scopo è quello di mettere a valore la reale o potenziale sofferenza, che grado di obiettività e rispetto del dubbio può offrire?

In una scuola con un orizzonte di conoscenze parcellizzate e intercambiabili, che sembra oggi voler mettere al primo posto il valore dell’obbedienza, per educare donne e uomini compatibili con un mondo che ha paura dell’autonomia delle sue componenti, quale tipo di trasmissione di saperi si può avere?

I grandi “store” on-line, e tutti i dati che è necessario manipolare per indurre una pletora di acquisti non desiderati, non si ripagano forse con quel plus-valore inglobato nella merce che Marx aveva analizzato e “smontato” già nel diciannovesimo secolo? E la finora silente (ma non ferma) Cina che tende ad assumere il ruolo di produttore mondiale di una quota cospicua di queste merci quale posto occupa in questo scenario?

Negli anni Settanta gli operai della Montedison di Castellanza insieme con i medici e tecnici di Medicina Democratica condussero una minuziosa opera di ricostruzione del ciclo produttivo per identificarne con precisione le tossicità. Prendendo spunto da questa loro attività di conoscenza, noi “operai” del terzo millennio vorremmo provare a ricostruire il ciclo di produzione del sapere, che ci aggredisce, per meglio difenderci, per meglio contrattaccare, per imparare a far meglio e diversamente.

Seguono quattro capitoletti:

Scienza Tecnica Tecnologie digitali Trasmissione dei saperi

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